L’omicidio di Ilaria Sula “non è stato un delitto premeditato, ma un delitto d’impeto. Non un qualcosa che va banalizzato, perché è stato un delitto efferato e volontario, che ha distrutto per sempre la vita di una ragazza e della sua famiglia, ma che è stato commesso in un momento d’impeto, non in maniera premeditata”. Lo ha detto l’avvocato Paolo Foti, che difende Mark Samson, il giovane reo confesso dell’omicidio della studentessa scomparsa il 25 marzo dello scorso anno e ritrovata senza vita il 2 aprile successivo all’interno di una valigia in un dirupo di Capranica Prenestina.
Nel procedimento l’imputato, assente oggi in aula, è accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dai futili motivi e dalla relazione affettiva con la vittima, nonché di occultamento di cadavere. La procura, nella scorsa udienza, aveva chiesto la condanna all’ergastolo per Samson. Presenti nell’aula bunker di Rebibbia i familiari di Sula, che indossano una maglietta bianca che raffigura l’immagine della ragazza con sotto la scritta “Giustizia per Ilaria”. “Samson è chiaramente colpevole – ha spiegato Foti -. Merita una condanna per quello che ha fatto. Il compito è riuscire a coniugare un’esigenza di verità e di giustizia con una esigenza di recupero sociale”.
L’omicidio, ha riferito l’avvocato, è avvenuto “la mattina del 26 marzo”. A far scattare “la furia omicida”, ha spiegato Foti, sarebbe stato uno scambio di messaggi avvenuto poco dopo le 10 tra Ilaria e un ragazzo conosciuto su Tinder, che la studentessa avrebbe mostrato all’imputato. “Il mostrare il cellulare in quella maniera segnava un no definitivo, e Samson si è sentito escluso definitivamente – ha detto -. Quella è stata la molla che ha scatenato un impulso stratosferico. Il procuratore Cascini nella sua requisitoria ha detto che non esiste in scienza il raptus della gelosia. Ed è vero, ma esistono reazioni psicogene abnormi”. L’avvocato Foti ha poi ripercorso le fasi successive all’omicidio, quando è stata ripulito il sangue di Sula, mentre il corpo è stato chiuso in una valigia e poi gettato in un dirupo a Monte Guadagnolo, sostenendo che “tutto è stato improvvisato”. E successivamente, l’imputato “ha cominciato a recitare una recita durata una settimana. Si è reso conto che l’alternativa era la prigione. Quindi ha operato una scelta anche vigliacca, ma per una settimana ha tentato di dare una salvezza a sé stesso, facendo finta che non fosse successo niente”.