Il tempo ha cancellato le tracce e spuntato le armi della magistratura. Le nuove indagini sull’omicidio di Antonella Di Veroli, la commercialista di 47 anni uccisa nel 1994 nel quartiere Talenti a Roma, non permettono di formulare “ragionevoli previsioni di condanna”. Per questo motivo l’avvocato Giulio Vasaturo, legale della sorella della vittima, Carla Di Veroli, ha annunciato che non si opporrà alla richiesta di archiviazione presentata dalla pubblico ministero Valentina Bifulco. Una dolorosa presa d’atto che il trascorrere di oltre tre decenni ha trasformato le prove dell’epoca in reperti ormai muti.
Il “delitto dell’armadio” e l’ipotesi del movente professionale
La vicenda, passata alle cronache come “il delitto dell’armadio”, ebbe inizio l’11 aprile 1994, quando il corpo di Antonella fu rinvenuto rannicchiato dentro un armadio della sua abitazione, sigillato dall’esterno con del mastice. La donna aveva la testa racchiusa in un sacchetto di plastica stretto attorno al collo e presentava due colpi di pistola al capo, giudicati però non letali dal medico legale; la morte era sopraggiunta per soffocamento.
Mentre all’epoca il pm Nicola Maiorano si concentrò quasi esclusivamente sulla pista passionale legata alla vita privata della donna, la sorella Carla ha sempre sostenuto la tesi di un movente economico-professionale:
«Qualcuno le sottopose un bilancio aggiustato, della contabilità opaca che lei rifiutò di sottoscrivere. Minacciò lo scandalo. Fu uccisa».
L’ultimo tentativo investigativo e le impronte illeggibili
La recente riapertura del caso da parte della Procura ha visto l’iscrizione di 25 persone nel registro degli indagati, tra cui vicini di casa, colleghi e persino un uomo di cento anni, estendendo gli accertamenti anche ai figli di vecchi sospettati ormai deceduti. Gli inquirenti hanno predisposto intercettazioni e cercato di comparare i profili dattiloscopici con i reperti del 1994, ma si sono scontrati con l’invecchiamento biologico dei soggetti. Molte delle impronte digitali prelevate sono risultate infatti del tutto illeggibili a causa dell’assottigliamento delle creste papillari e della formazione di pieghe cutanee dovute all’età avanzata degli indagati.
Le parole di Carla Di Veroli: «È giusto fermarsi»
Nonostante lo sforzo corale e la precisione scientifica messi in campo in questa seconda tranche di indagini, i limiti oggettivi emersi hanno spento le ultime speranze di ottenere giustizia per via giudiziaria.
Raggiunta nella sua abitazione a Roma nord, Carla Di Veroli ha espresso parole di definitivo congedo dalla vicenda, unendo l’amarezza alla serenità di aver fatto tutto il possibile: «La mia testa continuerà ad andare a mille ripensando a tutto questo ma è giusto fermarsi. Sono amareggiata eppure serena. Dovevamo tentare, lo dovevo ad Antonella. Ringrazio l’avvocato Vasaturo, i carabinieri e i magistrati, professionali e umani».