“Noi stavamo da due, tre ore lì…”. E’ quanto afferma un componente della banda accusata di avere piazzato un ordigno fuori l’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci facendo riferimento a quanto avvenuto al sera del 16 ottobre scorso a Pomezia, centro in provincia di Roma. La frase è citata in una informativa dei carabinieri depositata dalla Procura in vista del Riesame. Nell’atto gli investigatori ricostruiscono le fasi precedenti all’azione dinamitarda del 16 ottobre scorso e anche la fuga della banda per tornare in provincia di Avellino.
“Mal che vada me li vado a fare questi 30 anni”. E’ quanto afferma uno dei componenti della banda che secondo i pm di Roma ha compiuto l’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci il 16 ottobre scorso. L’intercettazione risale al 12 marzo scorso. A parlare è Saverio Mutone, 41 enne, raggiunto nelle scorse settimane dalla misura cautelare emessa dal gip su richiesta dei pm della Dda di Roma. In base a quanto emerge dall’informativa Mutone era preoccupato dell’evoluzione dell’indagine tanto da cercare su google, tra il 6 e l’8 marzo, le parole “Ranucci bomba” e “Ranucci indagine”.
Riferendosi all’intercettazione gli investigatori scrivono che “tale esternazione, pur inserita in un contesto dialogico allusivo, lasciava trasparire – scrivono i carabinieri – la piena consapevolezza da parte dell’indagato della gravità dei fatti cui si stava facendo riferimento e della possibile rilevanza penale delle condotte poste in essere dal gruppo criminale evocando una prospettiva detentiva particolarmente lunga. Una simile rappresentazione soggettiva risultava difficilmente compatibile con vicende di minore gravità e appariva invece senza dubbio derivante dalla consapevolezza del coinvolgimento nei fatti per cui si procede”.