È attesa per domani la decisione della Corte di Cassazione sul caso del prefetto Renato Cortese e di altri quattro poliziotti. Tutto nasce nel 2013, quando la Squadra Mobile di Roma, allora guidata da Cortese, insieme alla Digos capitolina, all’epoca guidata dall’attuale prefetto Lamberto Giannini, cerca il latitante Mukhtar Ablyazov, segnalato dall’Interpol.
Nella villa romana gli investigatori trovano sua moglie, Alma Shalabayeva, che si presenta con un’altra identità e un passaporto falso. Considerata irregolare in Italia, viene rimpatriata in Kazakistan nell’ambito di una procedura di espulsione disposta da un giudice. È qui che inizia una lunga odissea giudiziaria, con la pesante accusa di sequestro di persona.
Nel 2020 arriva la condanna a cinque anni di carcere, seguita dall’assoluzione in appello perché «il fatto non sussiste». La procedura è regolare, scrivono i giudici. L’assoluzione viene però annullata nel 2023 dalla Cassazione per insufficienza della motivazione. Si arriva così all’appello bis, a Firenze, che si conclude con una nuova condanna, nonostante la richiesta di assoluzione avanzata dal procuratore generale. E ora la parola torna alla Cassazione.
Una vicenda surreale e paradossale, che va avanti da tredici anni. Renato Cortese ha trascorso la vita a inseguire latitanti e ad arrestare boss mafiosi. È lui ad aver catturato Bernardo Provenzano, dopo 43 anni di latitanza, e Giovanni Brusca, il boia di Capaci, oltre a Pietro Aglieri.
«Assurdità di un processo e impostazione preconcetta»: così il professore Giovanni Fiandaca, autore del manuale di diritto penale degli studenti di Giurisprudenza di tutta Italia, critica duramente la condanna. «Nel caso Cortese c’è un complesso intreccio tra strumentalizzazione politica, enfatizzazione mediatica e vaglio giudiziario», spiega il giurista.
A sostegno di Cortese sono scesi in campo parenti di vittime di mafia, rappresentanti di associazioni, sindacalisti di polizia, esponenti della società civile e giornalisti, che hanno promosso e firmato una petizione per sostenere quello che definiscono un simbolo dell’antimafia, uno dei migliori uomini che la Polizia di Stato abbia mai avuto. Le firme raccolte sono, a oggi, diecimila.
Nei giorni scorsi, a L’Aquila, durante la cerimonia del Premio Borsellino, di cui il prefetto Cortese è presidente, sono arrivate anche le parole di Manfredi Borsellino, figlio del magistrato ucciso: «È inverosimile che in un Paese come il nostro un servitore dello Stato rischi di essere condannato al pari di un qualsiasi criminale o delinquente». «Io ritengo», ha concluso, «che tutti martedì dovremmo essere Renato Cortese».