le indagini

L’attentato a Ranucci, un intermediario tra autori e mandanti. Attesa per gli interrogatori

Trovato un cellulare, Gli inquirenti non escludono nessuna pista

L’attentato a Ranucci, un intermediario tra autori e mandanti. Attesa per gli interrogatori

“Quello”. Così veniva chiamato dalla banda che ha piazzato la bomba davanti all’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci la persona che gli inquirenti ritengono essere l’intermediario tra gli autori materiali e i mandanti. È su questa figura che si sposta ora l’attività di indagine dei magistrati della Dda capitolina nel procedimento che martedì ha portato all’arresto dei quattro accusati di detenzione e uso di ordigno esplosivo, danneggiamento e minaccia aggravati dal metodo mafioso.

Dalle carte dell’indagine emerge che il blitz dell’ottobre scorso a Pomezia è stato messo in atto da una struttura suddivisa in tre livelli. Mandanti, intermediario e autori materiali. Da accertare il movente: gli inquirenti al momento non escludono alcuna pista, nemmeno quella non direttamente legata alle inchieste giornalistiche realizzate da Report o quella che porterebbe a gruppi criminali. Nell’ordinanza vengono citate una serie di intercettazioni da cui si desume che l’intermediario aveva rapporti diretti solo con Pellegrino D’Avino, arrestato assieme alla moglie Marika De Filippo (posta ai domiciliari) a Saverio Mutone e Antonio Passariello. Il gip scrive che D’Avino “ha preso contatti con un soggetto terzo, evidentemente il mandante – si legge – o colui che parlava per suo conto” che dopo l’attentato si è “reso disponibile a garantire un temporaneo allontanamento dal territorio in favore degli esecutori dell’attentato” garantendo “risorse economiche, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee ad eludere eventuali attività investigative”.

“Quello” avrebbe fornito anche il pagamento per il blitz compiuto alla villetta del giornalista, si tratterebbe di alcune migliaia di euro. Ma il ruolo dell’intermediario non si è limitato solo a questo. Il soggetto ha anche fornito ai componenti della banda la versione da fornire agli inquirenti in caso di arresto, una versione tesa a “coprire” i mandanti. Se gli inquirenti fossero arrivati a Passariello, l’uomo che ha piazzato l’ordigno e padre di D’Avino, il 53enne di Cicciano, in provincia di Napoli, avrebbe “dovuto dire che non era mai stato a Roma” o che si trovava nella Capitale per vedere la partita della Roma.

D’Avino, inoltre, ha comunicato al padre ulteriori istruzioni ricevute dai mandanti: “in primo luogo – scrive il gip – qualora fosse stato arrestato, avrebbe dovuto riferire che l’ordigno lo aveva piazzato per conto di un albanese conosciuto a Ostia tre giorni prima per affari di narcotraffico, che gli aveva dato come contropartita tremila euro ma che lui non conosceva chi fosse l’obiettivo”. L’intermediario avrebbe inoltre garantito qualsiasi sostegno economico se la banda “non lo avesse coinvolto”. Per il gip siamo in presenza di “un soggetto o di un gruppo che stava assumendo iniziative per cautelarsi qualora gli autori materiali fossero stati arrestati”. Risposte ulteriori potrebbero arrivare dagli interrogatori di garanzia previste nelle prossime ore e dall’analisi di un cellulare trovato nella disponibilità di uno degli indagati nel corso delle perquisizioni e forse utilizzato per parlare con “quello”.