Una telefonata nel cuore della notte, la corsa davanti al locale ‘Le Constellation’ che era appena andato a fuoco per cercare il figlio, Manfredi, che ha trovato vivo anche se ferito gravemente per le ustioni. Un’altra corsa in auto fino all’ospedale di Sion e poi, ieri sera, l’arrivo all’ospedale Niguarda di Milano. A raccontare i momenti concitati della notte di Capodanno a Crans-Montana è Umberto Marcucci il padre di un giovane italiano sopravvissuto, che quella notte è riuscito a scappare dal locale dove il fuoco si è propagato rapidamente.
“Mio figlio sta male, però sta bene perché è vivo e questa è la cosa più importante per noi”, ha spiegato l’uomo visibilmente provato, anche perché il figlio ora si trova ancora in terapia intensiva, intubato e in coma farmacologico, con ustioni sul 30-40% del corpo, in particolare sulle braccia e sulla schiena e alla testa. In mattinata è stato operato ed ora è stabile.
Quando Umberto Marcucci è arrivato fuori dal locale andato a fuoco la scena che gli si è presentata davanti è stata impressionante. “Mio figlio mi ha detto, ‘papà sto male, non so come fare, sto malissimo, mi fanno male le mani’ – ha raccontato -, aveva le mani come le foto della bambina del Vietnam, per intenderci”. Attorno a lui molti erano così, con le mani arse dal fuoco e per le ragazze è stato ancora peggio, “perché avevano la gonna” che proteggeva meno le gambe. In strada davanti a ‘Le Constellation’ c’era il caos, “ho visto tantissime persone per terra, dai bar hanno portato cuscini, coperte, lenzuola, cercavano di proteggere le persone come potevano perché chiaramente faceva molto freddo – ha spiegato ancora Marcucci – e c’erano circa meno 10 gradi, c’erano una cinquantina di persone per terra con le ambulanze che cercavano di raccogliere più persone possibili.
Dentro al bar ce n’erano altrettante, con i paramedici che cercavano di tamponare le situazioni più gravi”. All’ospedale Niguarda di Milano sono già arrivati e sono attesi altri giovanissimi feriti. I parenti e gli amici dei ricoverati sono supportati da una équipe di psicologi, anche perché devono essere preparati a vedere i loro cari in terapia intensiva, magari anche intubati per aiutarli a respirare dopo che hanno inalato il fumo, e con ustioni sul corpo e sul viso, che si risolveranno solo con il tempo e con l’intervento dei medici. “Sono malati critici, in prognosi riservata – ha spiegato Filippo Galbiati, direttore Medicina d’urgenza e Pronto Soccorso del Niguarda -. Dobbiamo tutti avere pazienza, prudenza e attenzione, e aspettare qualche giorno”.