Doveva essere uno dei (rari) esempi di scelta bipartisan: dotare Roma dello status di Capitale in Costituzione, mettendola alla pari con le sue omologhe europee per autonomia e risorse. Ma il primo via libera alla Camera diventa invece l’ennesimo terreno di scontro tra maggioranza e opposizione e di distinguo all’interno del centrosinistra. L’astensione del Pd “amareggia e stupisce”, dice Giorgia Meloni che nel voto a Montecitorio – contrari Avs e M5S, astenuta anche Italia Viva e a favore solo Azione – legge una battuta di arresto di un “processo costituente”. I responsabili, attacca la premier, “hanno nomi e cognomi” e “il Pd e il sindaco Gualtieri dovranno rendere conto di questa scelta di fronte ai cittadini”. Il sindaco dem, dal canto suo, salutando il primo ok come un fatto “positivo”, ricorda che quelli che vanno definiti “al più presto” e “in modo condiviso” sono “i contenuti della legge ordinaria” e soprattutto “le risorse necessarie” a dare attuazione alla riforma.
E’ questo il nodo del contendere e il motivo che ha spinto i dem a una “astensione costruttiva”, come ha spiegato Roberto Morassut e come ricorda anche Claudio Mancini, sorprendendosi della sorpresa di Meloni. Si vede “che non è stata bene informata”, ironizza, perché i dem si erano astenuti già in commissione, dopo settimane di trattative e tensioni, e avanzando sempre la stessa richiesta. Fare procedere in parallelo alla riforma costituzionale anche la legge ordinaria che la renda operativa. Non ci sarebbe, insomma, da parte di nessuna delle opposizioni, nemmeno di chi ha votato contro, un niet a dotare Roma di poteri che ne riconoscano il ruolo di Capitale. Peraltro, ricordano nel partito di Elly Schlein, sulla legge ordinaria già c’è stato un tavolo tecnico a Palazzo Chigi nei mesi scorsi, ora, è il messaggio, “aspettiamo il testo”.
L’iter della riforma era stato piuttosto tormentato, con frenate in commissione, riunioni a Palazzo Chigi e mediazione della premier con Gualtieri e con il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, tanto che l’approdo in Aula previsto subito dopo la debacle referendaria era stato rinviato di qualche settimana sui richiesta dei partiti (anche perché, oltretutto sarebbe caduto proprio subito dopo la commemorazione di Umberto Bossi).
I dem respingono al mittente quindi l’accusa di “non rispettare gli impegni presi” lanciata da Meloni. “E’ impossibile accogliere l’invito del Pd a fare riforme condivise”, seguita dal suo partito e da Forza Italia. E se certo, lo stesso Gualtieri ammette che “sarebbe stato auspicabile un consenso più ampio”, nel suo partito invitano a guardare anche in casa della maggioranza. Accanto al diluvio di dichiarazioni che sottolineano la portata “storica” e “attesa da anni” del primo sì a Montecitorio, (da FdI a Forza Italia, Antonio Tajani compreso), si registra infatti il distinguo leghista. Il partito di Matteo Salvini ha sì votato il ddl costituzionale ma ha anche subito rilanciato la battaglia per ampliare i poteri delle altri capoluoghi di città metropolitana, a partire da Milano e Venezia (punto dolente anche per una parte del Pd del Nord), annunciando una nuova proposta di legge ad hoc.