In dieci anni l’aspettativa di vita dei pazienti con mieloma multiplo è quasi quadruplicata, passando da circa 2 anni e mezzo a oltre 10. Una conquista notevole, dovuta ai progressi della medicina: dai trapianti, ai farmaci innovativi – immunomodulanti, inibitori del proteasoma, anticorpi monoclonali, anticorpi farmaco coniugati (ADC); anticorpi bispecifici, CAR-T – dove un tempo c’era la chemioterapia mentre gli immunomodulatori come la talidomide, la lenalidomide, la pomalidomide e gli inibitori del proteasoma (bortezomib) iniziavano appena ad affacciarsi nella pratica clinica.
Già allora l’obiettivo era il controllo a lungo termine della malattia, che si è poi consolidato con l’arrivo di terapie più mirate, con nuovi meccanismi d’azione e la possibilità di combinazioni più efficaci, a partire dalla prima linea, ma anche in quelle successive. Il mieloma è infatti una patologia che recidiva e che necessita di risposte puntuali in ogni fase del suo corso.
Come si è arrivati a questo? Che malattia è oggi il mieloma multiplo? Cosa ci dice la ricerca e cosa ci potrà dire in un futuro nemmeno troppo lontano?: sono alcune delle domande a cui cercheranno di rispondere oggi a Milano, nel corso di un media tutorial dedicato alla patologia, Silvia Mangiacavalli, ematologa dell’U.O.C. di Ematologia dell’IRCCS Fondazione Policlinico San Matteo di Pavia; Alessandro Corso, direttore della U.O.C di Ematologia all’Ospedale di Legnano ed Elisabetta Campagnoli, direttore medico di oncoematologia.
Iniziamo a vedere che malattia è il mieloma multiplo. ll mieloma multiplo è un tumore maligno che colpisce le plasmacellule, un tipo di globuli bianchi presenti nel midollo osseo, fondamentali per il nostro sistema immunitario. Le plasmacellule hanno il compito di produrre anticorpi, proteine essenziali per difendere l’organismo da infezioni causate da batteri e virus.
Nel caso del mieloma multiplo, le plasmacellule subiscono una trasformazione genetica che le porta a proliferare in modo incontrollato. Questa crescita anomala ostacola la produzione delle altre cellule del midollo osseo, causando problemi come anemia, difficoltà nella coagulazione del sangue, un maggiore rischio di infezioni e danni alle ossa. Inoltre, le plasmacellule tumorali iniziano a produrre grandi quantità di anticorpi anomali, chiamati proteine monoclonali, che non sono funzionali e non aiutano il sistema immunitario.
Veniamo ai numeri. Il mieloma multiplo è al secondo posto fra le neoplasie ematologiche più frequenti, dopo il linfoma non-Hodgkin, è responsabile dell’1-2% di tutti i casi di cancro e del 10-15% dei tumori ematologici. La malattia colpisce soprattutto gli anziani, con un’età media alla diagnosi di circa 70 anni (solo il 2% dei pazienti ha meno di 40 anni). Nel nostro Paese ogni anno si stimano circa 6-7 mila nuovi casi, vale a dire l’1,5% di tutti i tumori diagnosticati nella donna (7,7 casi ogni 100.000 abitanti per anno) e l’1,6% di tutti i tumori diagnosticati nell’uomo (11,1 casi ogni 100.000 abitanti per anno).
Due parole sulla diagnosi. il quadro clinico può variare di molto da persona a persona. Esistono pazienti del tutto asintomatici, specie nelle fasi iniziali. Ma la maggior parte delle persone che sviluppano la malattia presenta segni e sintomi distintivi: la proliferazione massiccia delle plasmacellule causa una riduzione della normale funzione immunitaria e, di riflesso, una riduzione dei livelli di immunoglobuline e un aumento del rischio di infezioni. Spesso sono presenti quadri legati all’insufficienza dell’attività del midollo osseo, con conseguente anemia, responsabile di stanchezza, debolezza, difficoltà respiratoria, e, più raramente, una riduzione dei globuli bianchi (leucopenia) o delle piastrine (trombocitopenia), che determina la minor resistenza alle infezioni e la facilità al sanguinamento, anche in seguito a banali tagli. Le lesioni ossee caratteristiche del mieloma multiplo provocano, inoltre, dolore osseo, che è il sintomo più comune, localizzato soprattutto a livello della schiena, dell’anca e del costato, nonché una maggiore fragilità dell’osso, che può rompersi anche in seguito a traumi lievi o andare incontro a fratture spontanee.
Dei progressi della terapia abbiamo fatto cenno in apertura. Tuttavia, nella maggior parte dei casi le terapie attuali non permettono ancora di ottenere una guarigione definitiva, perché quasi tutti i pazienti finiscono per andare incontro a una o più ricadute e gli outcome peggiori si osservano nelle persone con un profilo citogenetico associato a un alto rischio di progressione, oppure con malattia refrattaria al trattamento. In questa sede ci concentriamo un attimo sugli anticorpi farmaco coniugati (ADC), perché ci è utile per dar conto di alcuni ulteriori passi in avanti nella terapia. Gli ADC (Antibody-Drug Conjugates) sono farmaci innovativi che combinano un anticorpo monoclonale, progettato per riconoscere specificamente una proteina presente sulle cellule malate, con un farmaco citotossico. Questo approccio permette di colpire in modo mirato le cellule tumorali, riducendo i danni alle cellule sane e gli effetti collaterali rispetto alle terapie tradizionali.
Belantamab Mafodotin è un tipo di ADC utilizzato per il trattamento del mieloma multiplo. È composto da un anticorpo monoclonale che riconosce una proteina chiamata BCMA, presente sulla superficie delle plasmacellule tumorali. Dopo essersi legato specificamente al BCMA, belantamab entra nella cellula malata, dove rilascia il suo farmaco citotossico, MMAF, che impedisce alle cellule tumorali di dividersi e le porta alla morte. Oltre a questo, l’anticorpo è in grado di stimolare il sistema immunitario, attivando meccanismi come la distruzione diretta delle cellule tumorali attraverso le difese naturali e la loro eliminazione da parte di cellule immunitarie specializzate.
Perché ne parliamo? Perché belantamab mafodotin è stato da poco approvato dall’EMA per la terapia alla prima recidiva e ora sta seguendo la procedura registrativa anche in Italia, sulla scorta dei risultati di due studi clinici denominati DREAMM-7 e DREAMM-8.
Il DREAMM-7 ha valutato l’efficacia e la sicurezza di belantamab mafodotin in combinazione con bortezomib e desametasone (Vd) rispetto alla combinazione di daratumumab, bortezomib e desametasone (DVd), standard of care, in pazienti precedentemente trattati con almeno una linea di trattamento. Nel caso specifico Belantamab mafodotin ha dimostrato un’efficacia statisticamente significativa triplicando la PFS mediana rispetto a DVd (36,6 mesi vs 13,4 mesi) e riducendo il rischio di morte del 42%
Il DREAMM-8 aveva l’obiettivo di valutare l’efficacia e la sicurezza di belantamab mafodotin in combinazione con pomalidomide e desametasone (Pd) rispetto alla combinazione di pomalidomide, bortezomib e desametasone (PVd), in pazienti precedentemente trattati con almeno una linea di trattamento a base di lenalidomide. Anche in questo studio la sopravvivenza libera da malattia è aumentata a 32,6 mesi rispetto ai 12,5 mesi osservati nel braccio di controllo. Da non sottovalutare, inoltre che nel contesto di entrambi gli studi clinici, il profilo di sicurezza delle combinazioni BVd e BPd è risultato coerente con il profilo di sicurezza noto per i singoli agenti e la qualità di vita dei pazienti (HRQoL) è stata mantenuta durante tutto il trattamento, per entrambi gli studi.
Da sottolineare inoltre che belantamab mafodotin può essere somministrato in regime di day hospital, senza la necessità di pre-medicazioni o ricoveri, rendendo il trattamento facilmente fruibile anche presso i reparti di ematologia meno strutturati e non esclusivamente nei centri altamente specializzati.